Voynich_Manuscript

Si è tornati a parlare, di recente, del manoscritto Voynich. Questo fatto mi ha costretto ad alcuni collegamenti mentali tra un libro letto, un film visto di recente e alcune considerazioni sui rapporti tra vero e falso nella storia (non solo dell’arte).

Tra le molte ipotesi intorno al famoso manoscritto, non ancora decifrato e del quale non si conoscono origini e finalità precise, ha certamente preso corpo tra gli studiosi forse quella meno affascinante e fantasiosa, ma forse la più realistica. Ossia che si sia trattato di un falso, costruito ad arte per essere venduto come manuale alchemico o esoterico niente meno che a un sovrano: Rodolfo II di Praga. E’ nota infatti la passione per l’alchimia e la magia del Sovrano che trasformò Praga, nella seconda metà del 1500, in un vero e proprio punto di riferimento per studiosi, maghi, alchimisti e ciarlatani che lì potevano ottenere più facilmente che altrove, ascolto, riparo e mezzi per i loro studi, totalmente al riparo da sospetti di streogoneria, e quindi dall’Inquisizione.
Autori del falso sarebbero stati John Dee, studioso, ed Edward Kelley, noto falsario (gli furono mozzate le orecchie in seguito a una condanna per questa ragione), per ricavare, alla corte di Rodolfo favori, fama e denaro.
Il testo, mai ancora decifrato nemmeno dalla Marina Americana e dai molti studiosi che vi si sono applicati a partire dall’inizio del Secolo scorso, risulterebbe indecifrabile proprio perché non ha alcun senso, le numerose immagini di botanica, zoologia, farmacia e astronomia (o astrologia) non sarebbero riconducibili a niente di noto in quanto inventate di sana pianta con grande abilità.
E il falso non è certo una invenzione moderna.
Da qui il mio collegamento mentale con il bellissimo libro di Eric Hebborn “Il manuale del falsario”, un testo molto interessante e piacevolissimo da leggere che svela meccanismi e segreti del falso nell’arte e dei rapporti tra artisti, galleristi, musei e critici d’arte e di come egli, nella sua vita, abbia saputo ingannare i migliori esperti del mondo con opere da lui realizzate che ora fanno bella mostra di sè in raccolte pubbliche e private, nonché in molti musei. Tutte certificate come autentiche.

In sostanza Hebborn ci racconta di come artisti come Michelangelo, Cellini, Rembrandt, Rubens, Fragonard, Delacroix, Degas (solo per citarne alcuni tra altre centinaia) siano ricorsi normalmente alla falsificazione di opere di altri artisti per vezzo o necessità (quella di sbarcare il lunario, nei momenti di crisi). Ma l’autore del libro non si limita a raccontarci fatti storici relativi a questi artisti, si addentra anche nella psicologia del critico, del conservatore del museo o del mercante d’arte per spiegare con grande ironia i meccanismi mentali che portano all’autenticazione di un’opera d’arte e al rifiuto di un’altra (si badi, a prescindere dalla qualità dell’opera stessa).

f_for_fake_wellesE questo ha acceso il terzo collegamento con l’ultimo film di Orson Welles, quello che viene considerato il suo “testamento” artistico: “F come Falso” (F for Fake, il titolo originale). Un film documentario poco noto (purtroppo), quasi introvabile se non in cineteca. Un’opera complessa dell’attore/regista che, ossessionato dai rapporti tra vero e falso per tutta la sua vita, ne coglie in questo film la cifra ironica e creativa mettendo insieme alcune storie tra loro apparentemente scollegate e mischiando (all’interno del film medesimo) fasi documentaristiche vere e storie inventate confondendo lo spettatore che alla fine si trova immerso in una vischiosa mistura di incertezza e credulità. Perché il collegamento con Hebborn? Perché nel film di Wells il punto di partenza è proprio la narrazione della storia (vera) di un falsario d’arte: Elmyr de Hory, falsario di quadri. Gli altri protagonisti sono Clifford Irving, falsario di memorie; l’imprenditore miliardario Howard Hughes (il personaggio impersonato da Di Caprio in The Aviator); la celebre trasmissione radiofonica sull’invasione dei marziani (quella che ha ispirato il cinema fino a oggi con l’ultima “Guerra dei Mondi”); Pablo Picasso, la bellissima Oja Kodar e suo nonno, falsario. Anche in questo caso, come in Hebborn, alcune amare riflessioni: l’artista come illusionista; l’inutilità dell’arte; la caducità della fama e della nozione di autore; l’arte come menzogna che dice la verità; l’impercettibile linea che divide il vero dal falso.

Per concludere vale forse una massima di Sebastian Frank tratta dai Paradoxa, libro del 1533: “Mundus vult decipi, ergo decipiatur”. Probabilmente, da sempre, la giustificazione e l’alibi di tutti i falsari.

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