Biancaneve

Immaginate una favola, una qualunque, e toglietele la magia della narrazione. Ovvero raccontatene i puri e scarni fatti, la sequenza logica degli avvenimenti. Naturalmente abbiate cura, man mano che procedete nella narrazione, di evidenziare gli elementi irreali o illogici e tutto quanto non rispetti i principi di realtà (i lupi non parlano – gli asini invece spesso si  -, gli incantesimi non esistono – se non credete nella magia nera – i baci d’amore non svegliano dal sonno comatoso simile alla morte – sempre che non abbiate un altissimo concetto dell’amore).
Ebbene, tolta la magia della narrazione, vi rimarrà in mano una squallida e banale storiella (anche un po’ noiosa). Invece le favole, quelle che ci hanno raccontato da bambini (ma anche quelle che ci vengono narrate da adulti), bene o male le ricordiamo tutte. Magari non nei particolari ma nelle loro linee generali.
Perché? Perché la dimensione narrativa (e quindi il linguaggio discorsivo) prevede il coinvolgimento di parti della mente che non si attivano nel caso di un linguaggio fattuale e di racconti che gratificano il piano logico-razionale ma non la parte emozionale. Lo sapevano i cantastorie, gli Evangelisti (ricordiamo le parabole anche se non siamo cattolici praticanti), gli scrittori di favole e, ahimé, lo sanno oggi anche molti politici (che fanno largo uso del framing per narrare quello che hanno intenzione di fare quando, per dire, promettono di abbassare le tasse, salvo poi crollare nel confronto con la dura realtà dei fatti).
Lo storytelling, ossia la narrazione, è talmente potente da essere ricercato dalle aziende per narrare loro stesse e i propri prodotti ammantandoli di un certo “alone” favolistico che trasforma un semplice brand in un “lovebrand”: avete mai pensato a come mai tutte le aziende di successo americane (Apple, Microsoft tanto per dirne un paio) non sono mai nate da un piano industriale o da iniezioni di ingenti capitali ma dall’intuizione e dalla laboriosità di un paio di studenti in garage? Ed è talmente potente da essere additato come base per la manipolazione delle masse, portatore di informazioni esagerate o inesatte e, qualche volta, addirittura del tutto false.

E’ facile comprendere, però, che la narrazione in quanto tale è neutra, né buona né cattiva: si tratta di decidere come usarla. Se ci occupiamo della comunicazione di un’azienda, se parliamo spesso in pubblico in occasione di conferenze, se aspiriamo alla Presidenza degli Stati Uniti  o, semplicemente, se dobbiamo decidere come “raccontarci” agli altri nella vita e privata e nel lavoro, una buona narrazione può essere un’arma potente per differenziarci, farci ricordare e ottenere il massimo del consenso possibile.
Lo sanno bene gli scrittori, i registi e gli sceneggiatori (e i buoni oratori) che, in pochi istanti, devo attrarre l’attenzione del proprio pubblico, trascinarlo nella loro storia e fare in modo che, arrivati all’ultima pagina o ai titoli di coda, questi lascino la storia con rammarico… vedremo nei prossimi articoli come sfruttare le loro tecniche per diventare perfetti narratori.

 

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