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Per secoli si è creduto che il pensiero lineare (o verticale come l’hanno definito alcuni autori) fosse l’unico pensiero degno di interesse in quanto generato e a sua volta generatore di sistemi logici e di comprensione di meccanismi complessi di causa/effetto.
Da alcuni decenni, però, il pensiero laterale è stato rivalutato e la sua definizione approfondita rispetto alla precedente che lo etichettava con termini generici quali: creatività, ispirazione, colpo d’ingegno (e qualche volta di fortuna); tutti elementi essenziali del pensiero laterale ma non atti a definirlo in maniera scientifica.

Oggi fioriscono corsi, si scrivono libri e si studiano gli effetti del pensiero laterale in campi quali il problem solving, la gestione manageriale e quella del mercato, si pone la capacità del singolo di uscire dagli schemi tra i requisiti più richiesti tra quelli di qualsiasi candidato in fase di ricerca e selezione del personale. Ma di cosa si tratta davvero? E chi lo richiede negli altri ne è dotato e sa riconoscerlo?
Nella mia attività consulenziale di supporto nella ricerca e selezione del personale, mi rendo conto che chi richiede questa dote nel candidato, spesso non è in grado di riconoscerla proprio perché non la possiede (e in qualche caso perché non sa esattamente di cosa si tratti).
Partendo dall’assunto che entrambi sono indispensabili e alleati (e mai contrapposti), vale la pena di definire le differenze tra pensiero laterale e pensiero lineare, per sommi capi, in modo da renderlo riconoscibile e sapere “cosa si cerca”.

Per prima cosa possiamo dire che, mentre il pensiero lineare si attiva se esiste una direzione verso la quale muoversi (per esempio al presentarsi di un problema), il pensiero laterale si attiva anche quando, apparentemente, non c’è nulla da risolvere. E’ il caso tipico dei processi di cambiamento che possono prendere spunto da domande quali “perché facciamo così…, non sarebbe meglio fare…?” o da un semplice “e se cambiassimo questa cosa?”.
Mentre il pensiero lineare è, appunto lineare e procede in modo consequenziale, il pensiero laterale può permettersi “salti” che lo portano a immaginare una soluzione per poi retrocedere nell’analisi dei vari passaggi allo scopo di verificarne la fattibilità o la bontà.
Mentre il pensiero lineare si muove principalmente su percorsi noti e su quadri di riferimento certi, il pensiero laterale esamina le probabilità scartandole o accogliendole via via che si presentano anche se non fanno parte di “sistemi di riferimento” noti.
Poiché il pensiero laterale è capace di stimolare nuovi punti di vista, il pensiero lineare, suo alleato, ha il compito di mettere in campo analisi selettive per accogliere o scartare ipotesi più o meno valide.
Infine, se il pensiero lineare vive sulla correttezza dei passaggi logici, il pensiero laterale si alimenta di ipotesi e apre nuove vie e spunti di riflessione. Quindi il pensiero lineare è ancora una volta selettivo a monte (ossia sceglie a priori una strada e la persegue) mentre quello laterale non prende volontariamente alcuna strada predeterminata.

Per riconoscere la capacità di applicare il pensiero laterale nella propria vita lavorativa (quando questa sia una caratteristica essenziale ricercata nel candidato) occorre fare domande specifiche che qualche volta lasciano sconcertato il candidato per l’apparente incongruenza con il contesto del colloquio di lavoro (o perlomeno lasciano sconcertato il candidato che non possiede capacità di pensiero laterale). Allo stesso modo è utilissimo non procedere per schemi logici predefiniti nella gestione del colloquio ma è meglio “mescolare” elementi relativi alla preparazione scolastica, alla vita extra-lavorativa, alle esperienze passate e magari a temi d’attualità, in modo da costringere la persona a variare il proprio approccio continuamente rispetto a quanto si era preparata a fare prima del colloquio e valutarne così l’elasticità e la reattività mentale.

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