L’Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere post-truth come parola dell’anno del 2016 (fonte Wikipedia). E il termine post-verità è in effetti balzato agli onori delle cronache a partire dalla brexit fino alle recenti elezioni di Donal Trump. In casa nostra, il concetto è stato ripreso dalla stampa in relazione al dilagare delle bufale su Internet e al crescente populismo dal quale starebbero traendo vantaggio alcune forze politiche: necessità di normare il Far West del Web e dei social network, attraverso i quali la maggioranza delle persone si informerebbe e costruirebbe la propria opinione socio-politica, diventano così argomento di discussione giornalistica.

Ma il neologismo post-verità non nasce nel 2016 bensì nel 1992, coniato dallo scrittore, drammaturgo e sceneggiatore statunitense Steve Tesich con una connotazione opposta da come viene intesa oggi: una verità calata dall’alto verso il basso per influenzare l’opinione pubblica, manipolare le masse e direzionare il consenso. Oggi invece, come è noto, ha subito un ribaltamento semantico e concettuale e si riferisce, infatti, a un processo che deriva dal basso inserendosi nella sfera pubblica.

Nella sua accezione più autentica (quella di Tesich, appunto), la post-verità non è un concetto nuovo sia della cronaca che anche della “finzione” letteraria e cinematografica (si pensi allo scandalo Watergate, a quello Iran-Contras, più noto come Irangate, e alle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein nella prima Guerra del Golfo ma anche al film Sesso e Potere, ignaro (?) precursore dell’affaire Clinton-Lewinsky) tanto da spingere il suo ideatore ad affermare che «noi, come popolo libero, abbiamo liberamente scelto di voler vivere in una specie di mondo post-verità». 

Oggi letterati, scrittori, giornalisti, politici e opinionisti si affannano a studiare un fenomeno solo apparentemente nuovo (a mio modesto parere), ma appunto solo “ribaltato”. Se la “bufala” parte da un Governo (ovvero dall’alto) per influenzare la pubblica opinione, è forse più vera di quando parte dal basso (per alimentare il populismo)?
Che differenza c’è, infatti, tra la foto del cormorano ricoperto di petrolio della Guerra del Golfo che ha fatto il giro del mondo ed è servita, tra le altre, a creare una comunicazione emozionalmente accettabile per una guerra, e altre immagini o “notizie bufala”, diffuse ad arte sui social per orientare oggi l’opinione pubblica, se poi si scopre che l’immagine del cormorano era falsa e scattata ad arte proprio per farla diventare la realtà storico-politica di un luogo diverso e costruire un consenso artificiale nella pubblica opinione? Forse la fonte?

I recenti fatti politici nazionali e internazionali hanno dimostrato che la diffusione delle notizie (vere, false, tendenziose o alterate) sta dilagando al punto che tutti i media, i sondaggisti e i politologi hanno sbagliato le previsioni nella “lettura della pancia” degli elettori. Si è scoperto che le persone non seguono più ciò che da sempre è stato prevedibile, ossia che l’opinione pubblica si forma e si consolida grazie agli orientamenti dati da televisioni e giornali (in una logica più vicina alla post-verità codificata da Tesich), ma che viene influenzata pesantemente dall’opinione che arriva dal basso e che si diffonde in maniera incontrollabile attraverso i social network e il “passaparola mediatico”. Complice il crollo del tasso di lettura dei giornali e di affezione alla televisione del pubblico.

La conseguenza ovvia è dedurre che, mentre l’informazione mediata dai giornali e dai media tradizionali è di per sé “buona” proprio perché filtrata, quella che definiremo “deregolamentata” è di per sé fuorviante e sbagliata. Ma come si può affermare questo dal momento che è provato dai fatti che spesso l’informazione istituzionalizzata è stata a propria volta portatrice non già di verità ma di controinformazione e bugie?

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