CarpoolFerrari612_04Le vicende della cronaca italiana e l’attuale crisi istituzionale mi hanno sollecitato una riflessione sull’impossibilità reale del cambiamento e sugli errori commessi da chi governa l’Italia e l’Europa.

L’attuale situazione politico-economica italiana ed europea è da considerarsi un “gioco a somma zero” gli interessi bilanciati di una parte della popolazione confliggono con interessi opposti di altra parte della popolazione. Così come l’interesse di alcuni Stati controbilancia interessi opposti di altri in situazioni diverse. Questo è definibile in ottica del cambiamento come “invarianza” (o “stabilità” come preferiscono chiamarla i politici). Il sistema economico europeo tiene in equilibrio (idealmente) interessi contrapposti e (dovrebbe) garantire un’accettabile quanto lento “progresso” dei Paesi verso una qualche direzione di sviluppo. Il presupposto di base è il potere economico e non il sistema politico e sociale (tanto e vero che il sistema europeo regola la valuta, l’economia e non la politica – almeno in teoria). Il modello pensato e attuato, messo in crisi dall’evoluzione e dal cambiamento in atto a livello globale, costruisce in questo modo una “classe” dentro la quale il cambiamento non è realmente possibile, il che non può che portare a una situazione di invarianza. Pertanto, in cambio di una presunta “potenza economica europea” da contrapporre ad altre del Pianeta (Cina, India, USA ecc.) si chiede il bilanciamento di alcuni interessi e il sacrificio economico degli attori principali del meccanismo (i cittadini) per sostenerne l’esistenza in vita (vista l’eterogeneità degli Stati componenti e le differenti capacità prospettiche sul piano delle politiche industriali e di sviluppo degli stessi).

Nell’analisi del cambiamento operata da Watzlawick, Weakland e Fisch del Mental Research Institute di Palo Alto, si definisce invarianza quel complesso di azioni che, compiute all’interno di una classe che definisce la situazione (sociale o economica), non determina un cambiamento vero bensì una serie di azioni, sì compiute nel nome del cambiamento, ma che tuttavia portano solo alla persistenza dello status quo e al suo peggioramento. In altre parole, se io voglio accelerare in macchina a un certo punto dovrò cambiare marcia, tutte le altre azioni (aprire i finestrini, spostare i sedili, azionare i tergicristalli) non potranno portare al cambiamento di velocità desiderato anche se sono azioni operate all’interno della classe di velocità determinata dall’utilizzo della terza marcia. E comunque devo sapere che anche quando avrò cambiato marcia, rimarrò sempre nella classe “movimento automobile” e per questo motivo arriverò a un cambiamento possibile fino al raggiungimento della velocità massima del veicolo. Questo tipo di cambiamento è definito da Watzlawick cambiamento1.

In questo caso, una tipica “tentata soluzione” è quella che Watzlawick definì come “più di prima”, ovvero insistere con tentate soluzioni che invece di far uscire da una classe e entrare in un’altra, insistono con il condurre azioni che altro non fanno se non determinare il peggioramento della situazione indesiderata.
Uscendo dalla metafora: se la politica vuole combattere il “populismo”, che sarebbe al postutto la reazione spontanea del popolo di fronte a una situazione divenuta difficile da sostenere e della quale non comprende del tutto l’utilità pratica per se stesso, dovrà cambiare marcia e passare a una classe diversa. Tutto quello che fa all’interno di quella classe (dal bloccare un governo più o meno legittimamente, all’aumentare i sacrifici o a qualsiasi altra azione) altro non farà che ingigantire il malcontento e alimentare il populismo (che era ciò che si voleva combattere). E il cambiamento avviene attraverso la comunicazione (e i politici sulla materia sono ferratissimi) ma anche azioni coerenti con la stessa (e su questo i politici italiani sono un po’ meno bravi). Per anni i sacrifici sono stati definiti, irresponsabilmente, con la frase “E’ l’Europa che ce lo chiede”, oggi la sensazione è che, ancora una volta, sia stata l’Europa a chiederci un sacrificio supremo sulla nostra sovranità. Tutto questo, unito alla mancanza di sviluppo e a una politica che non mette al centro (se non a parole) i bisogni primari del cittadino-contribuente, determina i sentimenti tipici indicati da Lewin nella sua curva del cambiamento (paura, shock, rabbia ecc.).

Sarebbe forse sufficiente un cambiamento1 in Italia, ovvero un cambiamento di marcia. Anche se, a onor del vero, per operare un cambiamento effettivo, ovvero quello definito da Watzlawick: cambiamento2 o meta-cambiamento, dovrò uscire dalla classe che definisce azioni e soluzioni tentate e trovare qualcosa di diverso. L’esempio portato è il sogno spaventoso: tutte le azioni che farò in quel sogno per sfuggire al pericolo sognato non sposteranno il mio stato finché non interverrà il risveglio (che mi porterà in un’altra situazione completamente diversa) ma senz’altro fuori dalla “classe sogno” e nella “classe essere sveglio”.
Usciremo mai dall’incubo?

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